Ottobre 22, 2021

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Salute mentale, effetto Covid: 1 milione di pazienti in più

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Salute mentale, effetto Covid: 1 milione di pazienti in più

Ce lo hanno promesso gli esperti: per l’infezione da Covid la svolta arriverà con la vaccinazione di massa ed è a quella che tra mille stop&go il mondo guarda. Ma c’è una pandemia ancor più subdola e per la quale il vaccino pare ancora più complicato da trovare: sono i disturbi psichici e psichiatrici, schizzati in alto proprio per il dilagare del coronavirus. Uno tsunami mondiale, che in un’Italia pesantemente sguarnita sul fronte dei servizi e dei finanziamenti si sta rivelando drammatico.

A spiegarlo è Claudio Mencacci, co-presidente della Società italiana di NeuroPsicoFarmacologia (Sinpf) e direttore del Dipartimento Neuroscienze e Salute mentale Asst Fatebenefratelli-Sacco di Milano: «La pandemia ha creato uno stress senza precedenti sui servizi di Psichiatria, con un aumento enorme delle richieste di prestazioni volte a fronteggiare le conseguenze psichiatriche del Covid. Ma è più appropriato parlare di sindemia: un mix tra pericolo clinico e sociale fatto di malattia, di paura del contagio, della cosiddetta Covid fatigue, di lutti, di crisi socioeconomica. E dell’emersione di una profonda solitudine, soprattutto tra gli anziani».

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I numeri e le stime si sprecano: al dato di 830mila pazienti in cura presso i Dipartimenti di salute mentale (Dsm) fotografato in era pre Covid (ed è appena l’1,6% della popolazione presa in carico, a fronte di un’utenza attesa del 5%), si calcola di dover aggiungere oggi almeno un +30% e nel complesso la sindemia porterà con sé un milione di nuovi casi di disagio mentale.

Donne, giovani e anziani più a rischio

«Ad alto rischio – spiega ancora Mencacci – sono soprattutto le donne, i giovani e gli anziani: le prime perché più predisposte alla depressione e più toccate dalle ripercussioni sociali e lavorative, i secondi che hanno visto modificarsi la vita di relazione e subiscono isolamento e perdita del lavoro, gli anziani perché più fragili davanti al virus, alla depressione e alla solitudine. Ma più in generale l’intera popolazione è scossa dall’incertezza che scombina l’attività principale del cervello: quella previsionale, basata sulle esperienze e sull’algoritmo che per vivere costruiamo nella nostra testa. Poiché siamo animali sociali, abitudinari e programmati come specie a dare risposte molto capaci in emergenza, l’adattamento a questa situazione, prolungato a tempo indefinito, provoca uno svuotamento emotivo».

Le carenze assistenziali

La cassetta degli attrezzi con cui l’Italia si è trovata a far fronte a questa maxi-emergenza nell’emergenza è decisamente sguarnita, a cominciare dal personale: a un Servizio sanitario deprivato da almeno 15 anni manca nei Dsm il 20% degli psichiatri (nel 2018 erano circa 5mila), così come 1.500 psicologi, altrettanti terapisti della riabilitazione psichiatrica e assistenti sociali, 5mila infermieri. «Solo quest’anno ci si è decisi a portare le borse di specializzazione in Psichiatria da 280 a 400, numero che ora va stabilizzato e che in ogni caso produrrà i suoi effetti solo tra quattro anni», avvisa Enrico Zanalda, co-presidente della Società italiana di Psichiatria (Sip), direttore del Dipartimento interaziendale di Salute mentale dell’Asl di Torino e Azienda ospedaliera San Luigi Gonzaga e tra i fondatori del Coordinamento nazionale Dipartimenti di salute mentale, strutture su cui non a caso l’Istituto superiore di Sanità sta realizzando una survey estesa a Covid e psichiatria.