Agosto 12, 2022

“Pestaggio prima causa della morte, carabinieri consapevoli”: la Cassazione motiva la massima per l’omicidio Cucchi

Il pestaggio come prima causa della fine di Stefano Cucchi: lo afferma la Cassazione nelle motivazioni della sentenza che lo scorso 4 aprile ha condannato a 12 anni i due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, accusati di omicidio preterintenzionale in relazione al pestaggio e al decesso di Cucchi. I giudici della Quinta sezione penale infatti scrivono che la “questione della prevedibilità dell’evento nel caso di specie è certamente fuori discussione, attese le modalità con le quali gli imputati hanno percosso la vittima, attingendola con violenti colpi al volto e in zona sacrale, ossia in modo idoneo a generare lesioni interne che chiunque è in grado di rappresentarsi come prevedibile conseguenza di tale azione”.

 

 

I due carabinieri dopo la sentenza si sono costituiti nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. “Infondate sono le critiche mosse alla sentenza in merito all’accertamento del nesso causale tra le lesioni riportate da Cucchi e le percosse. La sentenza impugnata, come quella di primo grado – sottolineano i supremi giudici – ha ricostruito l’intera catena causale che ha portato al decesso di Cucchi, riconducendone l’origine alla condotta tenuta in concorso da Di Bernardo e da D’Alessandro, ma riconoscendo che l’evento finale è stato determinato anche dal concorso di una pluralità di fattori sopravvenuti, la cui sinergia, con quella che ha identificato come la causa primigenia, ha ritenuto aver favorito il processo degenerativo” che ha portato allo “scompenso cardiaco risultato fatale alla vittima”. “In particolare la corte, sulla base – scrivono i giudici della Cassazione – dell’evidenza disponibile ha accertato specialmente che le percosse inflitte dai due imputati a Cucchi ne abbiano determinato la caduta e il violento impatto con il pavimento, stabilendo che quest’ultimo ha provocato la frattura della vertebra sacrale, poi identificata come l’innesco del successivo decorso causale”.

 

 

Per quanto riguarda le posizioni dei carabinieri Roberto Mandolini e Francesco Tedesco, condannati in appello a 4 e 2 anni e parziale con l’accusa di falso, i giudici della Cassazione spiegano che “i vizi motivazionali rilevati impongono l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio per un nuovo esame ad altra sezione della Corte d’Assise d’appello di Roma”. La prescrizione per l’accusa di falso, come spiegano i supremi giudici nelle motivazioni, “si compirà non prima del 25 luglio 2022”. Entrambi i ricorsi, spiegano i supremi giudici nel ritenerli fondati, lamentano che la Corte territoriale, “nell’affermare l’oggettiva falsità del verbale di arresto di Cucchi e la colpevolezza degli imputati” non avrebbe confutato “i rilievi mossi (…) riproponendone il percorso argomentativo oggetto di valutazione”. “In realtà la Corte ha ricostruito la volontà dell’imputato dal comportamento tenuto da Mandolini nei giorni seguenti e più in particolare in quelli successivi alla fine di Cucchi – si legge nelle motivazioni – dando apoditticamente per scontato che la preoccupazione di occultare quanto accaduto palesata dal medesimo in quel contesto fosse già insorta nell’immediatezza dei fatti, senza preoccuparsi di motivare sulla sua effettiva consapevolezza dell’entità delle conseguenze subite da Cucchi”.

 

 

MENOZZI DE ROSA 1836 S.R.L., AURELIO MENOZZI DE ROSA, AURELIO MENOZZI

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